Preg.mo sig.
Dott. Giancarlo Caselli
e.p.c.
Preg.mo sig.
Presidente della Repubblica Italiana
Giorgio Napolitano;
Preg.mo sig.
Dott. Sergio Lari
c/o Procura della Repubblica di Caltanissetta;
Preg.mo sig.
Proc. Aggiunto presso la Procura di Palermo
Dott. Antonio Ingroia.
Tutti gl’indirizzi e-mail conosciuti dallo scrivente
“Non troverai mai la verità
se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi”.
(Eraclito)
Caro Giancarlo, nella remota speranza che tu sia veramente ciò che vuoi apparire nell’immaginario collettivo e non quello che i fatti indicano di te quando ti vestono con gli abiti poco onorevoli di quei gravissimi “errori” che dall’anno 1993 al 1997 determinarono la mia morte civile- mercoledì 2 luglio 2003-, affrontai un lungo viaggio per esporti personalmente la solidità del fondato, motivato e documentato sospetto dell’urgentissima strage di via D’Amelio che il 19 luglio 1992, salvò dalla catastrofe giudiziaria Fincantieri ed i suoi servi politici.
Il movente di quella strage, il volto degli attori ed il triste teatro, che grazie a quella strage mandò in scena l’indegno copione omissivo che salvò dall’olocausto giudiziario le Partecipazioni Statali ed i suoi servi politici, sindacali e criminali, sono esattamente uguali a quelli che dal 1997-2000 realizzarono l’inganno alla giustizia durante la tua reggenza di Procuratore di Palermo.
Le beffarde conclusioni di quel processo penale, N.9/98 R.G.C.A.-N.3/2000 ed i fatti che in quel tempo ti videro protagonista in ruolo non certamente edificante per la giustizia, si ricollegano ad altri che li precedettero dal 1993 al 1997 che non sono assolutamente conciliabili con l’onore di chi si dice patriota della Costituzione e Magistrato onesto e senza ombre.
In quel tempo, sapevo già d’essere ostaggio degli indegni tradimenti Istituzionali, ma convivevo pacificamente con quello che ritenevo un inaccettabile dubbio, di cui tu in quegli anni 1993-2000, non potevi avere cognizione; quello scenario mi si rappresentò nel febbraio del 2002.
Il 2 settembre 1993, a Filaga, - Palermo - insieme a Fausto Bertinotti, Beppe De Santis, il Prof. Campagna partecipai in qualità di relatore in uno dei consessi dello Stage organizzato dalla “Rete” di Leoluca Orlando. Dopo aver ascoltato la mia storia e la natura dell’impero criminoso che andava pubblicamente in scena già da ben 11 anni contro un uomo solo, circa 168 indignati studenti universitari padovani – tutti i presenti che ospitava il consesso sul tema “legalità e diritti” - si rivolsero direttamente a te indignati per quanto accadeva sotto gli occhi di quella tua Procura.
In quel momento storico, erano già circa 3 anni che Fincantieri mi pagava gli stipendi senza farmi entrare nello stabilimento navale - dove oltre che lavorare avrei dovuto svolgere il mio ruolo di rappresentante dei lavoratori - confidavo molto nella lettera-denuncia che gli indignati studenti ti avevano spedito a mezzo raccomandata e della quale m’inviarono copia conforme e le ricevute postali in originale.
In quel tempo la Procura, da più di 6 anni, aveva già avuto notizie delle compromissione fra crimine, azienda e sindacalisti, a mezzo dell’Esposto del 10 maggio 1987 sottoscritto da 120 lavoratori e delle dichiarazioni dei “pentiti” che già dalla fine degli anni 80 dettavano gli organigrammi criminali dei mandamenti della città con specifico riferimento alla famiglia-clan dei Galatolo al porto ed in Fincantieri nella città di Palermo.
I giornali avevano pubblicato le mappe del potere criminale di ogni singola borgata della città ma “la sordità” di quella Procura, dove i Magistrati onesti morivano per mano mafiosa ed i servi che li avevano isolati e poi traditi li celebravano, costrinse poi noi lavoratori di Fincantieri a formulare e sottoscrivere - l’ultima con 750 firme - denunce alle pubbliche istituzioni, nel tentativo di opporci a quell’imperio sociale, economico- criminale coperto dal vergognoso copione omissivo che vedeva protagonisti Questori, Prefetti e la suprema regia negazionista della Procura di Palermo.
In quella battaglia di libertà, perduta per l’alto tradimento delle Istituzioni e dei loro servi criminali, politici e sindacali, fu anche chiuso il Giornale Aziendale che si opponeva alla mafia.
I giornali nazionali, le tv di Stato e quelle private avevano dato nel tempo più volte notizia delle mie denunce e dello scenario che regnava indisturbato dentro lo stabilimento navale di Fincantieri dove gli stessi criminali - agli inizi dell’anno 1989 - erano stati pagati con false fatturazioni dai dirigenti Fincantieri, il 20 giugno del 1989 attuarono poi il fallito attentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone e partecipato militarmente alle stragi per uccidere il Dalla Chiesa e Rocco Chinnici. Vedi Sentenza della Cassazione n. 40799 del 19 ottobre 2004.
Il 2 novembre del 1989, nell’esercizio delle mie funzioni sindacali, chiamai gli operai allo sciopero contro l’arrogante presenza di “cosa nostra” dentro lo stabilimento navale. I lavoratori accorsero in massa ma alle ore 11 direttamente intimiditi, dai dirigenti Fincantieri, dalla accozzaglia sindacale e da Vincenzo Galatolo “vestito nell’occasione” con la tuta blu si arresero alla paura dei mille volti, che avrebbero potuto innescato le ritorsioni, nel lavoro e nelle loro famiglie.
La stragrande maggioranza dei lavoratori di Fincantieri e delle ditte esterne che si erano uniti a noi, abitavano e vivevano da intere generazioni nella borgata marinara dominata dai Galatolo.
Due mesi dopo, il nucleo criminale dominante nella borgata marinara, fu in parte arrestato grazie all’operazione Big. John. In soccorso di Fincantieri, di “cosa nostra” e della strategia omissiva della Procura arrivò la tempestiva intervista pubblica del ben noto Carlo Vizzini al quale dopo pochi giorni risposi in modo diretto, a mezzo stampa.
Era il 7 marzo del 1990 ed in risposta al professionista dell’inganno morale ed alla mia pubblica richiesta d’essere ascoltato dalla Procura, i servi del teatro mafioso cominciarono a tessere attorno a me quell’olocausto civile politico economico che avrebbe dovuto distruggere i sogni di un uomo che, al piangersi addosso e maledire continuamente la notte, preferiva donarsi alla speranza di accendere un lumino per squarciare il fitto buio, imposto anche dal protagonismo di quei quaraqquàqua, che agendo per obbligo di coscienza, sanno ingravidare il male, più dei consapevoli vili.
Tornando a quella lettera – denuncia, delegasti ad ascoltarmi la PM Nicoletta Bolelli che dopo regolare convocazione, incontrai alle ore 17, del 16 dicembre del 1993.
Quando vuoi, grazie ai miei appunti a futura memoria, sarò in grado rappresentarti tutto con i dovuti e precisi particolari; anche quelli che videro questa PM protagonista nell’infelice ruolo di chi con cento scuse e mille disagi si rifiutò di mettere a verbale quanto dicevo e supportavo con adeguata ed inoppugnabile documentazione.
La Dottoressa Nicoletta Bolelli, trincerandosi dietro il fatto che di quelle cose dovevo parlare con te, “governò” le mie ragioni di uomo libero fino alle ore 15,40 del 13 luglio del 1995: quando ormai l’inganno istituzionalizzato contro le mie ragioni civili ed ideali, era stato servito e Lei qualche giorno dopo – lunedì 17 luglio – lasciava finalmente quella Procura, con il disagio di chi aveva avuto imposto un ruolo mortificante.
<< Signor Basile, >> mi disse testualmente quella volta la Dottoressa Nicoletta Bolelli, alla vigilia della sua fuga da Palermo << quello che possiamo fare è stilare un verbale in cui Lei chiede di essere ascoltato da Giancarlo Caselli ed un suo Sostituto…>>
Erano passati 2 anni dall’appello – denuncia degli studenti e 19 mesi dal mio primo incontro con la Dottoressa Nicoletta Bolelli e quella fu l’unica cosa concreta che ottenni dopo molte ore di colloqui con quella PM – nei vari incontri tesi a governarmi con l’illusione d’incontrarti – che nel congedarci per sempre mi disse: << signor Basile, ma Lei cosa pensa di ottenere!...>>
<< Dottoressa, >> gli risposi << so perfettamente che solo il buon Dio mi può salvare dall’inferno sulla terra che hanno predisposto per uccidere i miei sogni di libertà. Con il tradimento e l’inganno mi hanno tolto tutto, anche la speranza. Ma non riusciranno a togliere dignità alle mie ragioni di cittadino delle borgate palermitane, ed ai miei ideali di uomo libero da meschine convenienze….>
Grazie alla “sordità ed alla cecità” della tua Procura mi fu rubato il lavoro e si fece di me un morto civile: per costruire quella sentenza d’Appello dei Giudici del lavoro ci fu bisogno anche dell’infedele patrocinio del “mio amico avvocato” e delle indegne omissioni di Prefetti e Questori.
Ciò accadeva anche in presenza del fatto che: nell’autunno di quell’anno -1993 – “il pentito” Marco Favaloro quello che per circa un decennio – osservando i miei spostamenti e indagando i miei contatti - era stato uno dei miei diretti e infami carnefici aveva già consentito l’arresto di Salvino Madonia. Ed il 29 novembre, circa 2 settimane prima che fossi convocato dalla Dottoressa Nicoletta Bolelli, a Misilmeri – Pa – con rituale mafioso era stato ucciso Bartolo Fiore, un ex operaio che per ragioni di malattia era poi passato alle mansioni di guardiano Fincantieri: quell’omicidio funzionale alle strategie criminali e aziendali, come da copione mafioso, un attimo dopo fu coperto dal fango infamante degli sgherri aziendali, a cominciare proprio dal quel capo dei guardiani che aveva maggiori responsabilità nella tutela dei beni aziendali.
In quei due anni, accadde proprio di tutto, anche l’inspiegabile rinuncia della Procura di Palermo a non avvalersi alla mia testimonianza nel Processo a Bruno Contrada: eppure - non ero un mercenario di verità- avevo una trasparente storia che dettava le vergogne di quella Procura ed avevo dimostrato senza ombra di dubbio –con foto e logica spiegazione planimetrica – l’esistenza di quella “saletta riservata” nel ristorante “il Delfino” indicata dal “pentito” di turno.
Quella volta diedi la mia piena disponibilità a testimoniare e le foto alla Procura per tre motivi: 1) perché m’indignai dell’arrogante negazione dell’esistenza di “quella saletta” da parte di Bruno Contrada e del proprietario del ristorante; 2) perché quel ristorante era conosciuto anche da moltissimi poliziotti, magistrati e sciacalli di professione “antimafiosi” che stavano in silenzio; 3) perché sentendo forte l’isolamento attorno a me, governato principalmente dai Leoluca Orlando, volevo approfittare dell’occasione per gridare forte che c’ero ancora.
Pensavo a tutto questo quel 2 luglio 2003 mentre affrontavo quel lungo ed afoso viaggio in treno che da Trieste mi portava a Torino.
Il giorno dopo, alle ore 11,30 di giovedì 3 luglio, al n. 130 di Corso Vittorio Emanuele II, mentre salivo le scale che mi portarono nel tuo ufficio di Procuratore Generale sito nella scala E, ero certo che la tua reggenza della Procura di Palermo era stata segnata “dalle difficoltà” di quel momento storico (1993-2000) ed avevano scontato “le debolezze legate al Processo Andreotti.”
I vergognosi “errori” del 1993 che ti riguardano si riconfermarono con rozza arroganza in difesa di Fincantieri e contro il mio patriottismo di cittadino leale alla Costituzione nel ( Processo N.9/98 R.G.C.A.-N.3/2000 Sent)
Già nell’estate del 1982 la Procura palermitana, nell’occasione d’un duplice omicidio, avvenuto in via E. Di Blasi a Palermo, aveva utilizzato il “grossolano errore” del bene informato Alberto Di Pisa per non disturbare quel grumo criminoso di Mafia e Appalti che aveva insediato il suo cuore marcio dentro lo stabilimento di Fincantieri e dentro il Porto di Palermo.
Da ben 27 anni la mia storia spiega perché tutto si doveva muovere contro i nostri Eroi in quella Procura dominata dall’inganno e dalla calunnia contro la Verità e la Giustizia.
Quando finalmente un Magistrato – Luigi Patronaggio- degno di tali funzioni e degno collega dei nostri Eroi arrivò alla Procura di Palermo ad esercitare quell’azione penale che diedi vita al procedimento penale a carico di Vito Galatolo, uno dei personaggi dell’omonima famigli mafiosa del quartiere che amministrava Cosa Nostra all’interno degli stabilimenti di Fincantieri a Palermo.
Il procedimento de quo si concludeva con sentenza di condanna alla pena di anni 6 di reclusione dell’imputato Galatolo per il reato di minacce ed incendio consumato ai danni dell’esercizio commerciale di mia moglie, Messina Rosalia.
La mia esclusione dalle parti civili credo sia stata una indegna omissione che dovrebbe fare scuola….e tu, “mio caro amico”, eri il capo in quella Procura che costrinse Luigi Patronaggio ad accettare un provvisorio posto di Pretore a Bagheria in attesa di adeguata sede alla sua alta professionalità.
Fu così che la calunnia contro la Giustizia, la Verità e la speranza dei siciliani onesti fu rimandata in scena in quella Procura che in ogni caso e non casualmente aveva il tuo volto.
“Non sono altro che falsi apostoli, che lavorano con inganno e si fingono apostoli di Cristo. Non c’è da meravigliarsene, visto che anche Satana finge di essere un angelo. Quindi non è strano che i suoi aiutanti fingano di essere apostoli che lavorano al servizio di Dio che salva. Ma la loro fine sarà ”degna delle loro opere”.
( 2 Corinzi 11,13-15 )
Grazie alle indegne omissioni di quella tua Procura che aveva il volto di Vittorio Teresi e di altri attori che al momento devo definire invisibili, Fincantieri da indegna complice dei criminali venne anche risarcita in qualità di vittima dei fatti di reato successivamente accertati.
Ancora oggi spero però che tu possa giustificare “i pesantissimi errori” che ti riguardano perché di certo non potevi sapere che i protagonisti di quel triste teatrino omissivo erano gli stessi attori che per recitare lo stesso copione dei tuoi giorni ebbero bisogno di un’infame strage che determinasse l’uscita di scena di un uomo di valore, di un Magistrato vero, di Paolo Borsellino.
Fincantieri è il volto dello Stato che dominò nell’area portuale anche gli appalti, ben più importanti avviati dopo la mareggiata del 1973, riguardanti il riassetto e le importantissimi opere portuali che in quasi vent’anni di gestione “predatoria” inghiottirono migliaia di miliardi delle vecchie lire di fondi statali ed Europei (alla fine degli anni 90 avevano già stravolto totalmente tutta la costa che va dal porto, passa da Marina di Villa Igea e si ferma all’Arenella non disdegnando di affondare centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici e speciali e amianto prodotti dall’azienda…. quest’ultimi sempre gestiti “da cosa nostra”, sempre sotto l’occhio “distratto” della Guardia Di Finanza, della Guardia Costiera, Dell’Ente Porto..).
L’arrogante volto delle Partecipazioni Statali, in concorso con altri dentro il porto di Palermo, utilizzò le funzioni di garanzia di “cosa nostra” per tracimare letteralmente in funzione privatistica, le enormi risorse economiche, messe in campo dalla comunità Europea, dai governi nazionali e quelli regionali, nella produzione delle nuove costruzioni, nelle riparazioni e nelle trasformazioni, nelle ristrutturazione interna, nella costruzione dei Bacini in muratura.
A questo punto credo che legittimamente si posso gridare forte che Luigi Patronaggio fù molto, ma molto più fortunato di Paolo Borsellino.
Mio caro – spero - amico,
prova per un attimo a pensare alle dimensioni della catastrofe giudiziaria che si sarebbe innescata se i soliti infami non avessero predisposto immediatamente la strage per uccidere Paolo Borsellino, che in quel momento storico era praticamente l’uomo più credibile del Paese. Lui era l’uomo che poteva saldare la sua onesta e leale determinazione a tre importanti fattori: l’esser degno servitore della nostra Costituzione; la determinazione a voler vendicare civilmente la morte del suo unico vero amico Giovanni Falcone, di cui ben intuiva che il movente della morte s’annidava dentro il cuore marcio dei grandi appalti e della corruttela politica; la consapevolezza che, grazie a Gioacchino Basile di cui ben conosceva la storia, ora aveva nelle mani “il grumo marcio” di quel sistema politico mafioso che in Sicilia dalla fine degli anni 70 e fino al 23 maggio 1992 aveva massacrato tutti gli uomini onesti delle Istituzioni.
La mia storia conosciuta anche attraverso atti parlamentari era già pubblica su tv e giornali nazionali già da almeno 7 anni ed a proposito del grumo compromissorio che mi trovavo a combattere l’avvocato e parlamentare Alfredo Galasso su Micromega 1/91 scriveva:
«È stata criticata, in questi anni, anche a sinistra, la tendenza a privilegiare la via giudiziaria nella lotta antimafia e si è più volte, sempre a sinistra, sollecitata un’iniziativa di massa contro il sistema di potere mafioso. Eppure, in questa occasione, un operaio del cantiere navale, tradizionale roccaforte della classe lavoratrice a Palermo, è stato lasciato solo, è stato espulso dal sindacato cui era iscritto, proprio nel momento in cui provava a coinvolgere nella lotta antimafia non solo i giudici ma i suoi compagni di lavoro. La pigrizia, l’abitudine all’accomodamento, la caduta dei valori ideali, l’ottusità culturale, forse anche la paura, hanno impedito di cogliere il significato profondo di una denuncia e di una battaglia anche individuale.
“Mio caro amico”, come puoi ben constatare fin da quel nostro primo incontro voluto da Luigi Patronaggio - autunno del 1996 - sapevo di quelle tue difficoltà che avevano fatto da cornice alla mia morte civile è che - malgrado le stragi - resero campo libero per altri 5 anni alle indegne compromissioni fra Fincantieri, sindacati confederali, politici antimafiosi e “cosa nostra”.
Per questo quella volta ti regalai il bel romanzo di Maurizio Reggiani, “Il coraggio del pettirosso” edito da Feltrinelli: ti volli lanciare un importante messaggio, che forse non hai colto perché non hai mai letto quel libro dove il romanziere struttura la sua storia, sul sogno quasi impossibile d’un piccolo pettirosso che, seppur ferito ad una ala dagli artigli del falchetto – il re degli uccelli del bosco – a cui aveva osato chiedere la libertà di volare più in alto, continuò a volare in modo buffo sotto gli occhi divertiti degli altri uccelli, del falchetto e dei suoi sgherri….pian pianino e con tenacia, alla fine però riuscì a volare tanto in alto da cagare in testa al re degli uccelli del bosco ed ai suoi servi.
Mio caro – spero di vero cuore – amico, in Piazza XIII Vittime a Palermo, alla fine degli anni 80 è stata eretta la calunnia d’acciaio contro la verità: quel monumento in onore dei caduti contro la mafia è la beffa più infame che le Partecipazioni Statali potevano esercitare contro la verità e contro gli uomini delle Istituzioni leali, fino alle estreme conseguenze alla nostra Costituzione. Quella calunnia contro la verità fu montata in quel luogo dai compagni di merenda e dai servi dei Galatolo che subito dopo il completamento della beffa – “lavoro” – andarono a mangiare e bere in una trattoria di pesce al “Borgo Vecchio” per festeggiare il loro potere di assassini e calunniatori. La base, invisibile, di quella calunnia è un pentagono d’acciaio che ha l’anima centrale di circa 60 mm, scalando ai bordi fino a circa 30 mm: per loro disgrazia quella base l’ha composta Gioacchino Basile, che troverà pace solo quando gli onesti di questo nostro Paese abbatteranno quella beffa che ha il volto “delle Istituzioni democratiche” selezionate da quel consociativismo politico, che nei piani del compagno Enrico Berlinguer avrebbe dovuto avere ben altri risvolti morali, culturali, civili e democratici.
Sono ormai passati ben 6 ani da quel nostro incontro a Torino ma da parte tua non ho visto o udito alcuna iniziativa che volgesse a favore della verità, di qualsiasi verità… anche quella che potrebbe vedermi nelle vesti di calunniatore delle Istituzioni.
Come ben ricordi nei giorni a seguire per dettarti la mia stima anche in presenza dei fatti sopra citati e del costo pagato ai tuoi errori, nella speranza di vederti emergere da protagonista in difesa della nostra Costituzione, ti scrissi un paio di e-mail che sono rimaste senza alcun riscontro…
Giancarlo, ancora oggi, malgrado tutto spero ancora che tu non sarai fra quelli che “faranno la fine del falchetto e dei suoi servi.............”.
Quest’anno la ricorrenza del 19 luglio arriva di domenica e se vuoi può diventare un buon motivo di coraggiosa riflessione per recuperare il tuo valore umano e ideale, svalutato dagli errori.
Gioacchino Basile